Nel Triduo Pasquale ricordiamo e riviviamo l’esperienza della Passione, morte e resurrezione di Gesù. Come Lucio Sembrano evidenzia nel suo libro, sono numerosi gli episodi dell’Antico Testamento che anticipano quanto successivamente Gesù vivrà.  In particolare uno dei “luoghi” veterotestamentari in cui c’è un costante rimando alle pagine dei Vangeli dove si racconta la Passione di Gesù sono i Salmi. Chiediamo al professor Sembrano, docente di Sacra Scrittura presso l’Istituto di Teologia della Vita Consacrata “Claretianum” di Roma e presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli, di spiegarci il rapporto tra alcuni Salmi e i Vangeli in relazione a quanto Gesù ha vissuto nella Settimana Santa.

  1. Sembrano, può chiarirci meglio il legame che intercorre tra i Salmi e le pagine evangeliche della Settimana Santa? Nel suo libro, Gesù interprete dei Salmi, spiega che tra i Salmi e le pagine dei Vangeli sulla Passione c’è un continuo “movimento di andata e ritorno”… Cosa vuol dire?

Rileggendo alcuni testi salmici, in particolare Lamenti o Suppliche individuali, come il Salmo 31 – che non a caso si legge nella Liturgia del Venerdì Santo – ci s’imbatte in espressioni come le seguenti: «Abbi pietà di me, Signore, sono nell’affanno; per il pianto si consumano i miei occhi, la mia gola e le mie viscere. Si logora nel dolore la mia vita, i miei anni passano nel gemito; inaridisce per la pena il mio vigore e si consumano le mie ossa. Sono il rifiuto dei miei nemici e persino dei miei vicini, il terrore dei miei conoscenti; chi mi vede per strada mi sfugge» (vv. 10-12). Chi le ascolta, non può non pensare con grande emozione alla Passione del Signore. Questo “ricordo” resta inciso nella memoria del cuore. Quando ci s’imbatterà negli stessi testi, anche al di fuori della liturgia, non si potrà fare a meno d’identificare il “giusto sofferente” del Salterio con il Signore Gesù consegnato da Giuda alle guardie del sommo sacerdote e schernito pubblicamente nel processo davanti a Caifa e a Pilato.

  1. I salmi posso aiutarci a vivere con maggior pienezza i giorni della Settimana Santa? Quali salmi possiamo rileggere in questi giorni? Come leggerli?

La Settimana Santa – e in particolare il Triduo pasquale – è la celebrazione dell’affermazione vissuta della Regalità di Cristo, che – attraverso la Passione – vince la morte per sempre e siede alla destra del Padre. Si tratta di una vera lotta che il Messia deve condurre contro i malvagi. Lo può fare perché è mosso dalla fiducia nel Padre. In questo contesto, suggerirei di leggere i Salmi 2 e 110. Del Salmo 2, in particolare i vv 4-6, che fanno ascoltare la voce rassicurante di Dio: «Ride colui che sta nei cieli, il Signore si fa beffe di loro. Egli parla nella sua ira, li spaventa con la sua collera: “Io stesso ho stabilito il mio sovrano sul Sion, mia santa montagna”». A questa segue la voce del messia, l’unto del Signore: «Voglio annunciare il decreto del Signore. Egli mi ha detto: “Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato. Chiedimi e ti darò in eredità le genti e in tuo dominio le terre più lontane. Le spezzerai con scettro di ferro, come vaso di argilla le frantumerai”» (vv. 7-9).

Nel mio testo faccio riferimento al “dramma” della passione, perché la narrazione giovannea in particolare è perfetta per un copione teatrale. Ma attraverso il Salmo 2 si fa riferimento a un altro dramma: il v. 7, che nel contesto originario del Salmo riguarda una specie di “adozione” del re da parte di Dio, applicato a Gesù spiega che la generazione eterna del Verbo di Dio trova concreta espressione nella vittoria del messia sui nemici. Questa avviene nella notte di Pasqua, ma è preparata dagli eventi dettagliati nella sequenza della liturgia dalla Cena al Calvario alla sorpresa della Tomba vuota.

Al Salmo 2 accosterei il Salmo 110, che ha un contenuto analogo, ma ha il privilegio di essere citato da Gesù stesso nel suo ultimo insegnamento pubblico nel tempio prima della Passione (cfr. Mc 12, 36; Mt 22,44; Lc 20,42).

Come spiego nel mio libro, il v. 1 «Oracolo del Signore al mio signore: “Siedi alla mia destra finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi”» nel contesto del Salmo 110 riferisce una parola di Dio a Davide o al messia suo discendente, ma, posto sulla bocca di Gesù nei Vangeli suscita una domanda ulteriore: «Davide stesso lo chiama Signore: da dove risulta che è suo figlio?» (Mc 12,37). Gesù pone solo la domanda, ma la risposta la troviamo – dopo la Pentecoste – sulle labbra di Pietro in At 2,34 e nella riflessione dell’autore di Ebr 1,13. Non a caso il v. 3 del Salmo continua: «A te il principato nel giorno della tua potenza tra santi splendori; dal seno dell’aurora, come rugiada, io ti ho generato».

Trasposto in chiave cristiana, e letto durante la Settimana Santa, il testo offre l’occasione di meditare sulla misteriosa gestazione del Figlio di Dio, che nell’aurora della Pasqua si presenta al mondo come il Vincitore. Esso va letto nella sua integralità senza temere le scene cruente, – come fa la liturgia cristiana, che per decenza omette la seconda parte del v. 6: «ammucchierà cadaveri, abbatterà teste su vasta terra». D’altronde, di scene cruente ne abbiamo pieni gli occhi e la testa, dopo i massacri della guerra in Ucraina. Nel testo ebraico del Salmo, è Dio stesso, che sta accanto al Messia intronizzato, a compiere il giudizio delle genti e a sbaragliare il campo dai nemici. In chiave cristiana, è l’affermazione della regalità divina del Signore risorto, che vince per sempre il male e la morte.

  1. Quando Gesù prega sulla croce «Eloì, Eloì, lemà sabactàni…» a quale Salmo si sta riferendo? È la denuncia di un abbandono o un grido di fiducia?

Sulla croce Gesù prega il Salmo 22. Di solito, nelle suppliche salmiche, c’è un’introduzione. Qui no. È una denuncia intima rivolta non a un Dio generico, ma al “mio” Dio. Con un grido tetro (letteralmente un “ruggito”), l’orante manifesta di sentirsi abbandonato da parte di quel Dio Santo, che siede in trono fra le lodi d’Israele, (cfr. v. 4), e mille volte aveva promesso il contrario (Dt 31,6.8; Sal 9,10; 37,28.33; 94,14). La sofferenza di uno, che si sente “verme e non uomo” (v.7), schernito proprio per la sua fede (v. 8-9), è durata troppo a lungo. Particolari agghiaccianti, come gli insulti dei nemici e la spartizione delle vesti e della tunica del condannato (v. 19), corrispondono perfettamente al racconto evangelico della crocifissione di Gesù. Eppure, ci troviamo davanti a un testo anteriore almeno di mezzo millennio rispetto all’era cristiana.

Nella tradizione ebraica, citando il versetto iniziale di un testo, s’intende fare riferimento al testo nella sua interezza. È bello pensare che sia così anche per Gesù sulla croce. Perché se il Salmo inizia con la desolazione dell’abbandono da parte di Dio, e con lo sfogo della denuncia delle violenze subite, quando meno ce l’aspetteremmo, irrompe la salvezza. Mentre ancora l’orante invoca la liberazione dai suoi mali: «Salvami dalle fauci del leone e dalle corna dei bufali» (v. 22a), irrompe improvvisamente e senza spiegazioni la salvezza: «Tu mi hai risposto!» (v. 22b). Il seguito del Salmo è un meraviglioso canto di lode e di ringraziamento, che se da un lato si rivolge ai fedeli radunati nel tempio: «Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all’assemblea» (v. 23), assume poi una dimensione universale: «Davanti a te si prostreranno tutte le famiglie dei popoli» (v. 28) e di testimonianza anche per le generazioni successive: «Io vivrò per lui, lo servirà la mia discendenza» (v. 30b-31a). L’uomo Gesù ha sentito nella sua carne sulla croce questo lacerante abbandono, ma – come l’orante del Salmo 22 – giunto al culmine dello strazio, è stato confortato dal Padre, che gli ha fatto sentire la sua presenza e gli ha ridato vita.