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Presentazione dell'Istituto Superiore di Scienze Religiose "San Matteo" (SA) a cura di Padre Ernesto Della Corte, biblista e docente ordinario presso l' ente universitario.


La Confraternita di San Michele Arcangelo sul Gargano ha vissuto un nuovo e significativo appuntamento di fede: il Convegno annuale, in programma il 22 e 23 novembre 2025 presso la Sacra Grotta di Monte Sant’Angelo, luogo sacro della devozione micaelica. L’incontro, rivolto ai membri della Confraternita, ai gruppi operanti nel Santuario, alle associazioni parrocchiali e a tutti i devoti dell’Arcangelo, è stato un momento privilegiato per rinnovare la propria spiritualità e approfondire il messaggio di San Michele.
L’edizione di quest’anno si inserisce nel clima intenso del Giubileo ormai prossimo alla conclusione. Come ha ricordato P. Marco Arciszewski nella lettera di convocazione, il Convegno vuole essere occasione per riconoscere i frutti spirituali maturati lungo l’anno giubilare e per discernere i semi di grazia che esso ha lasciato nelle comunità e nei singoli fedeli.
Le meditazioni di padre Ernesto Della Corte
A offrire spunti di riflessione è stato padre Ernesto Della Corte, noto biblista e predicatore, da anni impegnato nell’annuncio della Parola e nella formazione spirituale delle comunità. Le sue meditazioni hanno accompagnato i presenti in un vero pellegrinaggio interiore, un cammino dentro le Scritture per prepararsi al mistero dell’Incarnazione, così come la Chiesa lo vive e lo celebra da 1700 anni, da quando a Nicea si affermò solennemente che il Figlio di Dio “si è fatto uomo”.
L’Avvento viene presentato da padre Ernesto non semplicemente come il tempo che precede il Natale, ma come un viaggio spirituale che parte dal futuro: dall’attesa del ritorno certo e glorioso di Cristo. Colui che è nato a Betlemme duemila anni fa verrà di nuovo, e la liturgia ci educa a vivere questo tempo come una relazione viva con Lui, il Veniente. È un tempo fatto di incontro, di cammino, di fiducia: noi andiamo verso Dio e Dio viene verso di noi. In questa prospettiva si comprende perché la Chiesa, a partire dal 17 dicembre, ci faccia attraversare un piccolo itinerario intensissimo: un settenario, quasi una “settimana santa” dell’Avvento, accompagnata dalle antichissime antifone O, che invocano Cristo con titoli solenni: Sapienza, Adonai, Radice di Iesse, Chiave di Davide, Astro che sorge, Re delle genti, Emmanuele. Ogni titolo è una finestra aperta sul mistero.
I primi giorni ci conducono nel Vangelo di Matteo. Il 17 dicembre ci troviamo davanti alla lunga genealogia di Gesù: un elenco che, a uno sguardo distratto, può sembrare arido, ma che in realtà è un capolavoro teologico. Matteo, ebreo fin nei numeri, struttura la storia in tre blocchi di 14 generazioni, richiamando Davide, il re per eccellenza e racconta la storia di Israele come la storia di attesa, di promesse che è portata a compimento con Gesù che è il vertice, colui che "fu generato" ( passivo ) dall'alto.
Subito dopo incontriamo Giuseppe, l’uomo giusto. Di fronte a un mistero che lo supera, pensa di farsi da parte, ma Dio lo raggiunge nel sonno, quel sonno che per gli antichi è terra di rivelazione e lo rassicura. Giuseppe, come Maria, si fida. In questa fiducia nasce il mistero dell’Incarnazione.
Arriviamo così alla scena dell’Annunciazione, dove Maria non risponde con una rassegnata accettazione (“avvenga”), ma con un desiderio ardente: “Io voglio che accada in me ciò che Dio ha detto”. È un sì pieno, entusiasta, un sì che apre la storia.
Ed ecco che Maria, invece di chiudersi in sé, si mette in cammino. Luca usa un verbo che richiama la risurrezione: si alza, si mette in moto. Non va in fretta, ma con sollecitudine: la fretta è ansia, la sollecitudine è amore. Va verso la Giudea, un viaggio lungo e difficile, perché l’angelo le ha detto che sua cugina Elisabetta, ormai anziana, aspetta un figlio. Maria porta in sé il Dio vivente, e per questo i cristiani d’Oriente chiamano la Visitazione non “visitazione”, ma “il Saluto”.
Quel saluto, infatti, cambia tutto. Appena Maria entra nella casa, Giovanni, ancora nel grembo, danza di gioia. Non è un semplice movimento fetale: è la danza di Davide davanti all’Arca dell’Alleanza. Perché Maria è l’Arca nuova: porta in sé la presenza stessa di Dio.
Il giorno seguente, la liturgia ci fa ascoltare il Magnificat. Maria, davanti all’opera di Dio nella sua vita, non trattiene nulla: canta. È il canto dei poveri, degli umili, di chi riconosce che Dio rovescia i potenti dai troni e rialza chi è caduto. Le sue parole intrecciano la storia personale, quella della cugina Elisabetta e quella di tutto Israele: tutto viene visto alla luce della fedeltà di Dio.
Infine, il 24 dicembre, la voce è quella di Zaccaria. Dopo mesi di silenzio, lo Spirito scioglie la sua lingua, ed egli canta il Benedictus, lodando Dio per le meraviglie che ora comprende pienamente: suo figlio Giovanni preparerà il cammino al Signore che viene a visitare il suo popolo come “sole che sorge”.
La conferenza si chiude con un’immagine forte: la pesca miracolosa. Gesù chiede a Pietro di “prendere il largo”, ma nel testo greco l’invito è più profondo: “Vai nel profondo”. È un invito per ogni credente: non fermarsi alla superficie delle cose, ma lasciarsi portare nelle profondità della Parola. Chi fa davvero esperienza di Cristo sente il bisogno di portarlo agli altri: non necessariamente con discorsi, ma con la vita, con la testimonianza. Ed è questo, alla fine, l’augurio rivolto a chi entra nella Grotta di San Michele e a ogni pellegrino della fede: lasciarsi incontrare da Cristo, lasciarsi trasformare da Lui, e poi portarlo al mondo.
Per un approfondimento sulle Antifone si rimanda al volume di P. Ernesto Della Corte "Le antifone "O" COMMENTO ALLE ANTIFONE DELLA LITURGIA CHE CARATTERIZZANO LA “NOVENA” DI NATALE, LE COSIDDETTE ANTIFONE “O”. Cliccare sull'immagine per maggiori informazioni