CONFERENZE

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Abitare le Scritture: una serata di fede, ascolto e condivisione.

Venerdì 5 giugno 2026, alle ore 20.15, presso la suggestiva Pieve di San Giovanni di Coccaglio, si è svolto l'incontro "Abitare le Scritture. Accogliere e vivere la Parola di Dio", guidato dal biblista padre Ernesto Della Corte. 

L'iniziativa, promossa dalla Parrocchia di Coccaglio in collaborazione con il coro "Raggi di Sole Carlo Acutis", ha rappresentato un'importante occasione di approfondimento spirituale e culturale, richiamando numerosi partecipanti desiderosi di lasciarsi interrogare e illuminare dalla Parola di Dio. Con la competenza, la passione e la semplicità che lo contraddistinguono, padre Ernesto ha accompagnato i presenti in una riflessione intensa sul significato di "abitare" le Scritture: non soltanto leggerle o conoscerle, ma accoglierle nel cuore e tradurle in uno stile di vita autentico, capace di orientare le scelte quotidiane e alimentare la speranza. La serata è stata vissuta come un autentico momento di grazia, ascolto e comunione. Le parole di padre Ernesto hanno saputo toccare il cuore dei partecipanti, offrendo spunti preziosi per continuare il proprio cammino di fede con rinnovata consapevolezza. Attraverso una lettura condivisa, filologica e appassionata dei testi sacri, padre Ernesto ha tracciato un itinerario che scuote le coscienze, invitando a passare da un "sentire" superficiale a un "ascolto" profondo. 

L'incontro si è aperto con una preghiera allo Spirito Santo e a Maria. Definitasi in una parrocchia mariana, la riflessione ha subito messo in luce la figura di Maria come "grembo di Dio" (un tabernacolo vivente), colei che incarna la maternità divina e sa leggere le novità della storia con gli occhi della fede. Questo sguardo introduce l'uomo al cammino verso quella che l’evangelista Giovanni non chiama semplicemente "vita eterna", ma "vita definitiva":

“Una vita pacificata, senza ansie e senza rincorse, capace di abitare il presente e di stupirsi delle bellezze del creato, come i grandi tigli in fiore che profumano le colline di questo paese.”

Dio, ha spiegato il biblista, non ci ha lasciato una visione astratta o un'ideologia, ma una Parola incarnata (il Logos), concepita per entrare in dialogo quotidiano con ciascuno di noi. Padre Ernesto ha condiviso un frammento della propria biografia per scardinare l'idea di una fede meramente dottrinale. Ex attivista politico e studente di fisica felicemente fidanzato, si è scontrato in gioventù con quel Dio che rifiutava, scoprendo una verità fondamentale: la fede, esattamente come l’amore, è una relazione biunivoca. 

ll primo testo affrontato attivamente con l'assemblea è stato il celebre brano della pesca miracolosa nel Vangelo di Luca. Attraverso l'analisi del testo greco, padre Ernesto ha svelato sfumature di straordinaria attualità: Duc in altum: l'invito al "Bathos" (Profondità) Quando Gesù dice a Simone "Prendi il largo" (in greco epanagage eis to bathos), sta usando un linguaggio polisemantico. Non gli sta solo chiedendo di spostare la barca, ma di andare nel profondo della propria esistenza e della Parola stessa. La Scrittura non è una favola o un semplice passaggio di informazioni, ma un invito a scavare oltre la superficie.  Dinanzi al miracolo della pesca, gli occhi dei discepoli "furono aperti" (un passivo teologico: è Dio che opera l'apertura, l'uomo da solo non è capace). La reazione di Pietro — "Allontanati da me, Signore, perché sono un peccatore" — non è un rifiuto, ma lo svelamento della propria fragilità dinanzi all'immensità di Dio. Come per San Francesco, che si definiva "un verme della terra" davanti all'Altissimo, riconoscersi piccoli e fragili è il primo passo per entrare in una relazione autentica. Usando una metafora di San Bernardo, padre Ernesto ha ricordato: “Noi siamo come ferro che, messo nel fuoco, diventa esso stesso fuoco pur rimanendo ferro.” L'espressione comune "pescatore di uomini" rischia di evocare l'immagine di una cattura che toglie la libertà o la vita ( il pesce pescato, infatti, muore). Il testo greco originale usa invece il verbo ζωγρέω zõgréo (o ζωγρῶν zōgrốn), che significa letteralmente "prendere vivi, catturare per mantenere in vita". La missione del cristiano non è dunque quella di indottrinare o "catturare" per una fazione, bensì quella di risvegliare le persone alla vita, portando fuori il meglio che c'è in loro. Padre Ernesto ha insistito sul potere immenso della parola umana e divina. Una parola detta al momento giusto può guarire, rincuorare e risuscitare chi si sente spento; al contrario, una parola sbagliata può oprimere e spegnere.  credenti sono chiamati ad essere custodi di questa "parola potente", capaci di abitare la comunione (koinonia) — proprio come i soci della barca di Pietro — per essere nel mondo autentici risvegliatori di vita.

Continuando il percorso intrapreso, padre Ernesto Della Corte ha guidato l'assemblea nella scomposizione di una delle pagine più intense ed evocative di tutto il Nuovo Testamento: il racconto intrecciato della guarigione dell'emorroissa e della risurrezione della figlia di Giairo. Si tratta di una struttura letteraria che i biblisti definiscono "a sandwich": l’evangelista Marco inizia a raccontare una storia, vi si inserisce una seconda vicenda nel mezzo, e infine si conclude la prima. Questa tecnica non è un semplice artificio stilistico, ma serve a far sì che i due eventi si illuminino e si spieghino a vicenda. Non a caso, al centro di entrambe le vicende ci sono due donne e un numero fortemente simbolico: il 12. La prima figura è una donna senza nome, affetta da perdite di sangue da ben dodici anni. Padre Ernesto ha invitato l'assemblea a calarsi nella cruda realtà storica e sociale di duemila anni fa:

«Per le leggi del Levitico, una donna che perdeva sangue era considerata costantemente impura. Chiunque la toccasse, o persino il banco su cui si sedeva, diventava a sua volta impuro. Questa donna non poteva abbracciare il marito, non poteva stare con i figli, era esclusa dalla sinagoga. Era, di fatto, una morta che cammina, una lebrosa sociale.»

Eppure, questa donna compie un atto di audacia straordinaria. Superando la folla e infrangendo le prescrizioni religiose, si avvicina a Gesù da dietro con un solo scopo: toccare il suo mantello. La reazione di Gesù al tocco della donna genera un contrasto rivelatore tra la sua sensibilità e l'incomprensione dei discepoli.  Essi stupiti, chiedono a Gesù come possa domandare "Chi mi ha toccato?" in mezzo a una folla che lo stringe da ogni parte. Essi non comprendono la differenza tra la massa che si accalca e il singolo che entra in relazione. Gesù sente che "una forza (dynamis) è uscita da lui". Il contatto non è magico, ma relazionale: lo sguardo di Gesù cerca la donna non per punirla, ma per portarla alla luce. Quando lei, tremante, si getta ai suoi piedi dicendo "tutta la verità", Gesù le risponde con parole straordinarie: «Figlia, la tua fede ti ha salvata». La chiama figlia: la relazione l'ha appena generata a una vita nuova. La sua iniziativa personale e la sua fede hanno attivato la salvezza. 

L'energia nella Pieve è palpabile mentre padre Ernesto si avvia verso l'ultimo quadro, definito "un capolavoro assoluto dell'arte lucana". Siamo a casa di Simone, un fariseo influente. Gesù è invitato a pranzo, un banchetto tipicamente maschile ed esclusivo. Improvvisamente entra lei, una donna della città, nota a tutti come peccatrice. Porta un vasetto di alabastro pieno di profumo. «Immaginate la scena,»  dice padre Ernesto, mimando la posizione sdraiata sul triclinio. «Gesù ha i piedi rivolti all'indietro. La donna si ferma dietro di lui, piange, bagna i suoi piedi con le lacrime, li asciuga con i propri capelli, li bacia e li unge con il profumo. I capelli sciolti, per una donna dell'epoca, erano un segno di scandalosa intimità. Eppure Gesù non si ritrae. Si lascia fare. Perché sa che la corporeità, l'affettività e la relazione sono le migliori medicine per l'anima.» Simone, rigido nel suo formalismo, pensa tra sé: «Costui, se fosse davvero un profeta, saprebbe che genere di donna lo sta toccando: è una peccatrice!». Gesù risponde con la parabola dei due debitori condonati (uno da cinquecento denari, l'altro da cinquanta). Simone risponde correttamente che amerà di più colui al quale è stato condonato il debito maggiore. «E qui Luca compie un miracolo geometrico,» spiega il biblista con enfasi. «Il testo dice: Poi, rivolto verso la donna, disse a Simone.... Avete capito? Gesù guarda fisicamente lei, ma parla a lui! Cambia lo spazio teologico. Dice a Simone di guardare quella donna che lui ha solo giudicato e catalogato.» Con un ritmo incalzante, Gesù elenca le mancanze di Simone messe a confronto con i gesti d'amore della donna. E infine le dice: «La tua fede ti ha già salvata; mettiti in cammino in pace».

Verso la fine, la sua voce del biblista riempie la navata della Pieve. C'è un silenzio carico di emozione. «Cari amici - conclude il biblista, stringendo le mani al petto - davanti a Dio, ciò che conta è rimettersi in cammino. Ricordate quando da bambini giocavamo con il trenino o con le macchinette sulla pista? Spesso, per via della velocità, andavano fuori strada, deragliavano. Noi cosa facevamo? Li prendevamo e, senza troppi drammi, li rimettevamo sulla carreggiata, sul binario giusto, per farli ripartire. L'incontro con il Signore è esattamente questo: non è un giudizio senza appello sul nostro deragliamento, ma è un gesto di grazia che ci rimette sui binari della vita e ci dice: Ricomincia, rimettiti in cammino. Perché quando Dio parla al cuore, non lo fa per darci delle informazioni, ma per trasformarci la vita.» Le parole di Papa Leone XIV risuonano come una benedizione silenziosa nell'animo di ciascuno dei presenti: «Dio è pronto a "sprecare" per noi, e Gesù è disposto a morire per trasformare la nostra vita». L'incontro si chiude, ma la sosta lungo il cammino continua nel cuore di chi, stasera, ha ricominciato ad abitare le Scritture.

Un sentito ringraziamento va ai rappresentanti  del gruppo "Raggi di Sole Carlo Acutis" per la loro calorosa accoglienza  e a tutti coloro che hanno preso parte all'incontro, contribuendo a rendere la serata un'esperienza di autentica crescita spirituale e comunitaria. 

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La Stanza della Poesia ha riaperto la sua porta rossa.

Nel centro storico di Eboli, là dove le pietre raccontano storie e il silenzio ha il sapore del tempo, si è nuovamente riaperta, in occasione della rassegna poetico-letteraria “Incontri d’Estate 2025”, la soglia misteriosa della “Stanza della Poesia”, richiamo d’anima e dimora delle parole.

Mercoledì 2 luglio 2025, quando il cielo si tingeva delle ultime luci del giorno, la suggestiva piazzetta di via Attrizzi si è fatta teatro d’ascolto e contemplazione. In quell’ora sospesa tra luce e ombra, la Stanza della Poesia ha accolto Ernesto Della Corte in un colloquio profondo con Antonio Stecca, intreccio di voci e di visioni.

Un biblista e uno scienziato, due sentieri differenti ma complementari, si sono incontrati nell’eco delle due ultime opere di padre Ernesto: “Un Dio dal cuore umano” e “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Parole che si sono fatte carne nel suono, armonizzandosi in un dialogo che ha abbracciato il sacro e il razionale, la fede e la ragione, l’umanità e la speranza.

Così, nel grembo del centro storico, dove una volta si udivano solo i passi delle monache benedettine provenienti dal sovrastante monastero, ha preso vita  la Stanza della Poesia:  un’idea della scrittrice  Angela Panaro  concretizzata grazie al talento dell’architetto Luca Bruno.

Una torretta dalla Porta Rossa si affaccia sull’omonima piazzetta. Voltando lo sguardo, la si scorge come un cuore segreto che batte silenzioso. E dentro quella porta, il rosso invita, chiama, accoglie come un utero materno: è promessa di rivelazione.

In poesia, la “stanza” è una strofa: un segmento armonico, un ordine di versi, ma è anche luogo d’intimità, rifugio e dimora. La Stanza della Poesia nasce così: da una vecchia stalla di quindici metri quadrati, ora tempio della parola, spazio di respiro e di sosta, creatura viva nel ventre del borgo. Come scrive Angela Panaro, essa è “fisica ode alla memoria, alla conoscenza, alla speranza, all’attesa, alla consolazione, alla gioia, al sogno, al lavoro: di menti, di mani.”

Un luogo dove il silenzio ascolta, dove la poesia prende casa, dove ogni parola trova la sua luce.

                                                                               

Alla fine dei due percorsi tracciati dalla voce di Padre Ernesto, affiancato da Antonio Stecca, un dialogo a due voci tra un biblista e uno scienziato, sullo sfondo degli ultimi due libri scritti da Ernesto Della Corte, merita di essere ricordato un momento particolare della serata: l’intervento di Luigi Nobile. Egli ha condiviso un episodio della sua vita, raccontando di sua madre, la quale, ogni volta che incontrava Padre Ernesto, ne usciva profondamente trasformata. Le parole di padre Ernesto le toccavano il cuore, la rendevano felice, diversa.
Questo episodio testimonia come la vera fede sia sempre un’esperienza di cambiamento, capace di generare una profonda trasformazione in chi si lascia incontrare da Gesù Cristo.

 

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